Pubblicato su Europa dell'11 ottobre
Martti Ahtisaari, premio Nobel per la pace del 2008, è un globetrotter della diplomazia che per trent’anni è saltato da un capo all’altro del globo a spegnere questo e quell’incendio. Dalla Namibia all’Indonesia, dall’Iraq all’Ulster, ha svolto il ruolo di broker nelle vesti di inviato delle Nazioni Unite, sguinzagliato dal segretario generale di turno. Ma ha continuato a viaggiare e mediare anche nei sei anni (1994-2000) in cui ha ricoperto la carica di presidente finlandese, dividendosi tra la patria e il mondo. Approccio molto scandinavo, questo. Già sperimentato dal compianto ex premier svedese Olof Palme.
Nonostante la lunga carriera, costellata di successi, il mediatore finnico sarà ricordato soprattutto per un gran bel pasticcio: il Kosovo. Perché l’indipendenza dell’ex provincia di Belgrado, da Ahtisaari sponsorizzata e coordinata, ha fatto scalpore. Ha diviso l’Europa, ha alimentato un clima da guerra fredda tra Washington e Mosca, ha offerto ai russi il pretesto per smembrare la Georgia durante la recente “guerra dei cinque giorni”. Ha lacerato ancora di più i Balcani. Chissà, un giorno Serbia e Kosovo diventeranno amici per la pelle. Ma intanto le cose non vanno troppo bene. L’ex Jugoslavia soffre di una crisi di nervi cronica, acuita proprio l’altro ieri dal riconoscimento dell’indipendenza kosovara, deciso da Montenegro e Macedonia, messe sotto pressione – si mormora – dalle cancellerie occidentali. Per i serbi è stata una pugnalata alla spalle.
Il Kosovo ha ottenuto l’indipendenza lo scorso 17 febbraio, ma nulla induce a sostenere che la faccenda sia archiviata. Se ne sente parlare e se ne sentirà parlare. Le conseguenze del 17 febbraio avveleneranno ancora le relazioni intrabalcaniche e internazionali. E comunque, veniamo a Martti e al Kosovo.
Ahtisaari entra nel great game nel 1999, all’indomani dei falliti accordi di pace di Rambouillet. A fine aprile gli aerei della Nato stavano ancora sganciando le loro caramelle di piombo sulla Federazione jugoslava. La campagna, iniziata il 24 marzo, si era prolungata fin troppo rispetto alla passeggiata preventivata da Washington e quest’ultima temeva che, protraendosi ancora, i riottosi alleati europei l’avrebbero scaricata. Dall’altra parte della barricata una Russia prostrata economicamente e incapace di soccorrere la Serbia faceva lo stesso calcolo della Casa Bianca: porre fine alla guerra, il più presto possibile. Si intavolò così una trattativa per arrivare a un accordo politico e venne incaricato un terzetto con il compito di confenzionare la tregua. L’americano Strobe Talbott, il russo Viktor Chernomyrdin e Martii Ahtisaari, nominato mediatore per ridare prestigio a Onu e Ue, la prima scavalcata dalla Nato, la seconda piegata dalla volontà della superpotenza, gettarono efficacemente le basi per l’approvazione della risoluzione Onu 1244. Fu la fine della guerra e allo stesso tempo l’inizio del calvario. Perché la 1244 poneva il Kosovo sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite e rimandava al futuro la questione dell’assetto politico, prevedendo però al contempo che Belgrado mantenesse la sovranità su Pristina. Un controsenso.
Per qualche anno tutti hanno snobbato il Kosovo, evitando di accollarsi l’onere di risolverne lo status e lasciandolo nel limbo. Ma a partire dal 2004 Kofi Annan ha ripreso in mano il faldone affidandolo al norvegese Kai Eide e poi, quando il gioco ha iniziato a farsi un po’ più duro, a Martii Ahtisaari. Tornato nella polverosa arena balcanica, Ahtisaari ha supervisionato i colloqui sullo status del Kosovo tra serbi e albanesi. Ma certo l’ha fatto con uno spirito non proprio neutrale. Ha agito come se l’esito delle trattative fosse stato già deciso e come se questa decisione dovesse in ultima analisi corrispondere all’indipendenza della provincia meridionale della Serbia. Ahtisaari si è in pratica trovato a gestire un negoziato non negoziato e nel 2007, dopo che aveva sempre glissato sull’argomento, ha pronunciato la scontata sentenza finale: per il Kosovo l’unica opzione è la piena sovranità. La sua road map – il cosiddetto piano Ahtisaari – consegnata al nuovo segretario generale dell’Onu, il sudcoreano Ban Ki-moon, prevede che Pristina si affranchi lentamente dal protettorato Onu e che con l’aiuto dell’Ue, a cui le Nazioni Unite devono passare il testimone, impari a camminare con le proprie gambe.
Pristina ha fatto suo il documento. Belgrado l’ha rigettato senza indugi. Qui sta il punto, la nota dolente. Un mediatore, di solito, media una soluzione accettabile tra le parti. Ahtisaari lo ha già fatto con successo in Indonesia, sancendo la tregua tra il governo centrale e i ribelli di Aceh. In Kosovo l’arte della diplomazia è stata sacrificata. A livello politico si è seguito un percorso che era già stato tracciato nel ’99. Ahtisaari non ha fatto che ratificare questa dinamica. Che va detto, non è stata il complotto di cui in molti parlano. L’Occidente ha agito in buona fede.
Ancora sul piano Ahtisaari. Il pacchetto è rimasto al momento lettera morta. In Kosovo le Nazioni Unite non hanno sbaraccato e continuano a muoversi con la lentezza e l’inadeguatezza di un’amministrazione coloniale. La missione europea, che dovrebbe coordinare le scelte del Kosovo sovrano e assisterne le fragili istituzioni, è lungi dall’essere operativa. Belgrado, infine, presidia come sempre le municipalità del nord a maggioranza serba e lancia l’idea di smembrare il Kosovo su basi etniche. Servirebbe un’altra tornata di negoziati. Con un mediatore che non si chiami Martti.
sabato 11 ottobre 2008
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